“Cavalieri selvaggi” di Joseph Kessel

Afghans Play A Traditional Game Of Buzkashi

Giocatori di Buzkashi

Afghanistan: guerra, distruzione, fanatismo religioso.
Questi sono i pensieri che mi vengono alla mente quando nominano quella terra.
Eppure non è sempre stato così. Ci fu un breve periodo, tra il 1933 ed il 1979, in cui la “tomba degli imperi” visse un periodo di pace e relativa prosperità.
I paesaggi incontaminati e lo stile di vita delle popolazioni locali, rimasto immutato dal Medioevo, attiravano viaggiatori da tutto il mondo.
Tra di loro vi era Joseph Kessel.

Nato in Argentina nel 1898, ma cresciuto in Francia, aveva alle spalle una vita avventurosa.
Di origini ebraiche, era stato reporter nella guerra civile spagnola.
Durante la seconda guerra mondiale, a seguito dell’occupazione nazista della Francia, si unì alla resistenza e, in un secondo momento, raggiunse l’Inghilterra per entrare nelle forze aeree del generale De Gaulle.
Al ritorno in patria cadde, come molti altri reduci, nella schiavitù dell’alcolismo.
La scoperta dei gruppi di alcolisti anonimi diede un nuovo impulso alla sua vita, liberandolo dalla dipendenza e spingendolo a viaggiare in tutto il mondo.
Il desiderio di nuove avventure lo portò anche in Afghanistan, una terra che gli rimase particolarmente cara.
Kessel, che da noi è noto per il romanzo “Bella di giorno” da cui Luis Buñuel trasse un famoso film, si ispirò alle persone incontrate per scrivere la storia di cui ci occupiamo oggi.
Cavalieri selvaggi ruota attorno al mondo del buzkashi: un antico gioco equestre praticato dai cavalieri delle steppe settentrionali.
I concorrenti si contendono la carcassa di una capra , vince chi riesce a gettarla in una fossa che funge da bersaglio.
E’ una disciplina spietata e senza regole, potenzialmente mortale.
I protagonisti sono Uroz, un giovane campione che gareggia al primo torneo nazionale, alla presenza del re Zahir Sha, e l’anziano padre Tursen, che ha un passato glorioso e dirige l’allevamento di cavalli di un potente bey.
Tursen affida ad Uroz un destriero portentoso, Jehol, allevato per il buzkashi e sicuramente destinato alla vittoria.
Se il cavallo vincerà il torneo apparterrà ad Uroz: questa è la promessa.
Tra padre e figlio non core buon sangue: Tursen valuta il Uroz alla luce dei successi ottenuti e lo considera come un prolungamento del proprio ego.
Uroz, per parte sua, odia il mondo: le donne sono prede, gli uomini rivali da sconfiggere o miserabili da disprezzare.
Il suo passatempo sono le scommesse, che lo occupano quando non si allena o gareggia.
Vincere il torneo, per lui che non sopporta alcuna debolezza fisica o legame sentimentale, significa raggiungere quella gloria che Tursen non è mai riuscito a raggiungere.
Jehol è molto più che un cavallo: è il simbolo di un successo incontestabile.
Uroz perderà il torneo eppure…diventerà padrone di Jehol: non voglio dirvi come, ma si tratta di un meccanismo logico ineccepibile, come avviene nei miti del mondo antico(Edipo ed Orfeo, solo per fare due esempi famosi).
Il giovane uscirà malconcio dalla competizione e peggiorerà la propria situazione fuggendo dall’ospedale dove viene curato.
Ad aiutarlo c’è il giovanissimo Mokkhi, un palafreniere che spera di poter diventare un giorno un campione di buzkashi.
Uroz, preda del demone della sfida, architetta un piano perverso: corrompere l’animo di Mokkhi per il divertimento di poter uscire venditore da questa avventura.
Non voglio dirvi altro perchè le vicende che seguiranno sono davvero avvincenti, e la conclusione è sorprendente.
Il lungo viaggio di Uroz e Mokkhi li cambierà per sempre.
Anche Tursen non sarà più lo stesso.
Un personaggio fondamentale è Guardi Guedj, l’avo di tutti: un anziano narratore di storie che raccoglie in sé la memoria della nazione, e che conosce miti e leggende che risalgono al’epoca di Alessandro Magno, il primo invasore della terra afgana.
Altri si succederanno lasciando un segno nel cuore del lettore.
Il romanzo è lungo ma non riuscirete ad abbandonarlo tanto facilmente perchè, come scrive Kessel:
“Il tempo passa, una bella storia rimane”

Dove comprarlo

Cavalieri selvaggi è stato edito in Italia da Rizzoli che, attualmente, non lo ha più in catalogo.

E’ comunque possibile acquistarlo su Amazon.it.

Dal romanzo venne tratto un film omonimo, diretto nel 1971 da John Frankenheimer.
Ve lo consiglio, anche se si discosta dalla storia originale, perchè venne girato in gran parte in località come Kabul, Herat e Bala Murghab: oggi le sentite nominare nelle cronache di guerra, un tempo erano la meta di viaggiatori avventurosi e di gloriosi cavalieri.

Annunci

Funzionamento della 1911

Dopo avere trattato della genesi della Colt 1911 cercherò di parlare un po’ del suo funzionamento.
Molti hanno affrontato l’argomento prima di me, io cercherò di fare altrettanto usando un linguaggio che sia accessibile anche a chi non ha molta esperienza in materia di armi da fuoco.
Il modo migliore per illustrare il funionamento della 1911(nota tra gli appassionati come Government) è definirla:
si tratta di una pistola a ripetizione semiautomatica ad azione singola, con chiusura a corto rinculo di canna oscillante. Continua a leggere

Hit Show 2017

In principio era l’EXA

Il mondo degli appassionati italiani delle armi e del tiro, fino a qualche anno fa, aveva un appuntumento annuale che metteva in contatto  i profuttori, gli importatori ed i semplici curiosi: l’EXA di Brescia.
Chi poteva cercava di esserci, chi non c’era si accontentava di leggerne le cronache sulle riviste specializzate.
Era un momento magico, dove il progettista poteva discutere con il semplice tiratore di poligono, senza troppi filtri. Continua a leggere

Armi e buona educazione…

Scrivo queste righe di getto, prima di completare l’articolo sul funzionamento della 1911, per riflettere un po’ su di un episodio che mi è capitato qualche minuto fa.
Avevo traversato la strada ed ero appena salito sul marciapiede quando un signore mi urta.
Nulla di grave, per cui mi scuso, come sono abituato a fare in queste circostanze.
Come risposta ricevo l’appellativo di “coglione”, che dalle mie parti è un insulto.
Importa poco che a venirmi addosso sia stato lui.
Importa meno che non si tratti di un ragazzino ma di un cinquantenne dall’aria molto distinta(solo l’aria, ovviamente).
Il fatto che il signore abbia pronunciato questo insulto mi ha portato ad alcune considerazioni.
Probabilmente è abituato ad usare questo epiteto verso parenti e conoscenti(non certo verso gli amici, perchè dubito ne abbia).
Oppure sono gli altri a chiamarlo così abitualmente, per cui non si rende conto che può urtare la sensibilità del prossimo quando si esprime in un certo modo.
Una cosa è certa: chi ha l’insulto facile finisce facilmente nei guai
E qui arriviamo al titolo di questo post.
Il signore in questione è stato fortunato perchè ha trovato me.
Io sono un legale proprietario di armi da fuoco.
Sono titolare di un porto d’armi e, per ottenerlo, ho dovuto provare di essere totalmente libero da precedenti penali.
So anche che, se dovessi finire davanti ad un giudice e condannato per un reato anche lieve, perderei le armi di mia proprietà e dovrei sottostare ad una vera e propria ordalia legale per tornarne in possesso dopo avere scontato la pena.
Oggi molti politici continuano a blaterare che ridurre il numero di armi legalmente detenute(ed il numero di porti d’arma) ridurrà anche il numero di reati.
Non esiste una statistica sul tasso di delinquenza tra i proprietari di armi legali, ma sono convinto che la categoria si trovi parecchio al di sotto della media nazionale.
Tra tutti gli ambiti sociali che ho frequentato ce n’è uno solo in cui non ho incontrato gente rissosa o maleducata: quello dei poligoni di tiro.
Ho cominciato a frequentarli quando ero adolescente e, in una terntina d’anni, non ho mai assistito ad un vero litigio o ad uno scambio di insulti.
Chi cominciava ad alterarsi veniva cortesemente messo alla porta e pregato di tornare una volta riguadagnata la necessaria serenità.
Personaggi come quello che ho incontrato, logicamente, non sono graditi nei poligoni.
E’ stata l’esperienza del poligono ad insegnarmi che avere un carattere forte non vuol dire affatto avere un cattivo carattere, anzi.
Non so se se quel signore la pensa come me su questo argomento.
Se devo essere sincero credo che uno così sia d’accordo con la maggior parte dei politici che ci vogliono propinare le loro ricette per la nostra sicurezza.
A pensare male si fa peccato…

Blitzwolf BW-LT5: luce e powerbank

Introduzione

Da quando gli smartphone hanno invaso allietato le nostre vite, abbiamo imparato l’importanza di avere un po’ di energia elettrica a portata di mano.
Viaggiando, allo stesso modo, mi sono reso conto che è fondamentale avere a disposizione una luce di emergenza. Molte stanze di albergo hanno una lampada anti blackout, ma non sempre funzionano: a Bruxelles, alcuni anni fa, sono planato sul pavimento dopo aver inciampato sulle mie scarpe durante un’interruzione di corrente.
Le soluzioni ai due problemi sono molto semplici: comprarsi un powerbank  ed una torcia elettrica. Chi viaggia, però, sa quanto sia importante risparmiare spazio all’interno del bagaglio. L’ideale è riuscire a combinare i due oggetti in uno solo.
Ho cercato un po’ su internet ed ho trovato la soluzione.
Si tratta del Blitzwolf BW-LT5, una lampada a led ricaricabile che funziona anche come accumulatore di emergenza.
L’azienda che lo produce, che si è affacciata da poco sul settore degli accessori tecnologici, lo ha inserito nel proprio catalogo come luce a led.
Vediamolo nel dettaglio e cerchiamo di capire perchè, in realtà, è molto di più.

Confezione

L’articolo si trova in vendita online(più in basso troverete i link) ed il prezzo oscilla, a seconda delle versioni, tra 15 e 20 euro.
Il prodotto arriva in una scatola di cartone con il caratteristico marchio a  forma di zampa di lupo

100d0871

All’interno ci sono il powerbank,un cordino per legarlo al polso, un cavo micro USB, i fogli di istruzioni e garanzia.

Il BW-LT5 ha la forma di un cilindro alto circa 15 centimetri e largo tre e pesa poco più di un etto.
Le due estremità sono chiuse da due tappi di plastica nera a dodici lati: la forma non è casuale, serve ad evitare che la lampada rotoli se appoggiata su superfici in pendenza.

100d0876

Il tappo superiore ospita l’interruttore, che è in gomma morbida di colore verde.

100d0873
Sul lato opposto, invece, si trova un coperchio a vite con guarnizione(l’azienda ha provato la tenuta fino a due metri di profondità ma sostiene che può scendere fino a 10, rientrando nello standard di protezione IP68)
Il coperchio protegge due prese USB, una normale ed una micro.
La micro serve come input per la ricarica del powerbank(basta collegarla ad uncaricabatterie per smartphone o anche alla presa di un pc).
L’altra è un output per alimentare i vostri dispositivi(telefono, macchina fotografica ecc).

Caricare il BW-LT5 è semplicissimo: si collega il cavetto alla presa input e si attende finchè il led blu sul fianco non smette di lampeggiare.

Il livello di carica è indicato dal numero di lampeggiamenti consecutivi del led:

  • 4 colpi: più del 70%
  • 3 colpi: dal 50% al 70%
  • 2 colpi: dal 25% al 50%
  • 1 colpo: dallo 0 al 25%
  • luce fissa: carica completa

A questo punto basta premere il pulsante verde di accensione per attivare la luce.

L’apparecchio consente diverse modalità di illuminazione:

  • Luce bianca “debole”(sufficiente per orientarsi all’interno di una stanza buia) fino a 60 ore
  • Luce bianca “forte”(molto più intensa) fino ad 8 ore
  • Luce rossa fissa fino a 15 ore
  • Luce rossa lampeggiante  per 31 ore
  • Luce rossa lampeggiante  SOS(tre lampi brevi-tre lunghi-tre brevi) per 31 ore

Per passare da una modalità all’altra, così come per spegnere, è sufficiente schiacciare il tasto di accensione.

Prova

Ho provato il BW-LT5 in due momenti successivi, per accertare sia la durata della carica della batteria che la sua resistenza.
Dopo aver caricato il powerbank l’ho lasciato acceso in modalità luce bianca debole: dopo 63 ore era ancora funzionante.
A questo punto  ho ricaricato ed ho provato la luce rossa fissa, che ha continuato per 17 ore.
Non ho ritenuto necessario andare oltre: anche se  il BW-LT5 era nuovo è ragionevole credere che i tempi di durata dell’illuminazione, come dichiarati dal produttore, restino attendibili a lungo.
Le batterie agli ioni di litio, infatti,  non sono eterne ma hanno comunque una vita operativa di almeno 1000 cicli di carica.

Finita la prova di durata della carica sono passato a quella di resistenza.
Ho immerso per 5 ore il powerbank in una vasca da bagno, simulando la caduta in una pozza d’acqua.
Il BW-LT5  non ha presentato alcun problema di infiltrazioni e, dopo averlo asciugato in modo sommario, lo ho riacceso.
A questo punto ho tormentato il pulsante di accensione, schiacciandolo freneticamente per cinque minuti: il mio pollice si è consumato un po’ ma il tasto è rimasto perfettamente funzionante.
Naturalmente tutto questo non basta: ho lasciato cadere il powerbank una decina di volte da una altezza di circa un metro e mezzo.
Ho alternato le cadute, in modo che toccasse terra sia dal lato dell’interruttore che del tappo che copre le prese usb.
Le plastiche hanno resistito bene ed il funzionamento è rimasto ineccepibile.

Giudizio finale

Dopo la prova ho continuato ad impiegare il Blitzwolf in viaggio e nella vita di tutti i giorni.
Ormai sono 9 mesi che continuo ad usarlo e ne sono pienamente soddisfatto, per cui mi sento di consigliarlo.
Ne esistono tre versioni che si differenziano per la quantità di carica della batteria: 1200 mAh, 2600 mAh, 3500 mAh.
Quella che ho provato è la versione da 2600 mAh, la “sorella maggiore” ha prestazioni superiori e costa poco di più.

Negozi online

Ecco un po’ di link se volete comprare il Blitzwolf.

Versione 1200mAh

Versione 2600mAh

Versione Pro 3350mAh

Colt 1911: l’immortale

Nel mondo in cui viviamo ogni strumento invecchia nel giro di pochi anni.
Per scrivere quste righe mi servo del blocco note di Windows, un editor di testo che risale a trent’anni fa.
Fin qui nulla di strano; ma cosa direste se lo facessi impiegando un computer del 1985? Significherebbe che gioco a fare lo snob o che la mia salute mentale sta vacillando.
E se vi dicessi che, in diversi teatri di guerra, alcuni tra i militari meglio addestrati del mondo affidano la loro vita ad una pistola progettata più di cento anni fa?
Incredibile? No, perchè la Colt 1911 e le versioni che ne sono derivate sono, ancora oggi, tra le pistole più affidabili in circolazione.

Un po’ di storia

Il periodo tra la seconda metà dell’ottocento e l’inizio della prima guerra mondiale è uno dei più turbolenti per quanto riguarda il progresso delle tecnologie militari.
Solo nel campo delle armi da fuoco si passa dal fucile ad avancarica a polvere nera ai sistemi a ripetizione con munizioni a polvere senza fumo.
La velocità nei cambiamenti è tale che le tattiche di combattimento non riescono a tenere il passo ed adeguarsi(ed i massacri della prima guerra modiale ce lo ricorderanno per i secoli a venire).
I vertici militari, di solito, temono le novità di questo tipo perchè mettono in crisi le loro certezze.
E’ anche vero, però, che non si può dormire sugli allori, col rischio di essere superati dai propri futuri nemici.
Questi erano i sentimenti contrastanti che si agitavano tra le alte sfere delle forze armate USA quando, nel 1899, venne dato il via ad un ciclo di prove comparative di alcune pistole semiautomatiche prodotte a quel tempo.
La guerra delle Filippine, che infuriava in quegli anni, aveva messo in luce l’inadeguatezza del revolver Colt M1892.

colt-m1892-right

Un revolver valido ma sfortunato

L’arma sparava una munizione calibro .38(che sono circa 9 millimetri) giudicata troppo debole: erano stati riportati casi di guerriglieri che avevano incassato anche quattro colpi prima di stramazzare al suolo(meglio ricordare che un revolver va ricaricato ogni sei colpi sparati, ndr).
In realtà bisogna considerare alcuni fattori che influivano sull’efficacia della munizione: i guerriglieri Moros assumevano antidolorifici di origine vegetale prima di scendere in battaglia e sapevano come usare il caucciù naturale per creare dei primitivi lacci emostatici e dei corpetti che aiutavano a limitare le emorragie.
Le qualità balistiche del .38 Long Colt(così si chiamava la munizione adottata) erano, dunque, solo parzialmente responsabili della situazione.

I test del 1899-1900
Le prime prove comparative presero in esame la Mauser 1896, la Steyr 1894 e la Colt 1900.
Le armi vennero analizzate secondo criteri come precisione, penetrazione,ergonomia ed affidabilità.
Si effettuarono anche dei “torture tests” per valutare il funzionamento delle armi sporche di sabbia ed arrugginite.
La Mauser 1896 era ingombrante e pesante(era munita anche di un calcio-fondina in legno che permetteva di trasformarla in una carabina semiautomatica). Inoltre, dopo la prova di corrosione, si verificarono dei malfunzionamenti e lo smontaggio fu possibile solo dopo alcune ore di immersione in olio e con l’aiuto di un martello in legno.
La Steyr aveva una organizzazione meccanica piuttosto semplice ma si basava su un principio di funzionamento abbastanza cervellotico ed era difficile da manovrare con una mano sola(questione cruciale per il personale di cavalleria). Il numero di malfunzionamenti fu tale che si decise di eliminarla dalle prove.
La Colt 1900 sparava il .38 ACP, che era più potente del .38 Long Colt impiegato dal revolver d’ordinanza M1892.
L’arma, dopo alcune noie iniziali al meccanismo di scatto, sparò 443 colpi di seguito senza inceppamenti.
Vennero sparati ulteriori 350 colpi con caricamento a bassa velocità, totalizzando solo 4 inceppamenti.
Anche il test con l’arma sporca di sabbia venne superato senza problemi(10 colpi, nessun inceppamento).
L’arma venne fatta arrugginire intenzionalmente usando il cloruro d’ammonio, poi sottoposta a congelamento.
Vennero sparati altri 24 colpi con un solo inceppamento.
Il test fu talmente incoraggiante che si decise di aggiungere altri 900 colpi, con due soli inceppamenti dovuti a difetti di fabbrica delle munizioni.
Le prove proseguirono fino a totalizzare 5800 colpi sparati e solo due rotture dei perni delle biellette(analizzeremo il significato di questo inconveniente nella parte in cui parleremo della meccanica della 1911, che deriva direttamente dalla Colt 1900).
Alla fine l’Ordnance Board raccomandò l’acquisto di un lotto di Colt 1900 per proseguire con le prove sul campo.

I test di Thompson e LaGarde
Se le prove del 1899 avevano messo in luce la superiorità della Colt 1900 restava ancora aperta una questione: quale calibro doveva avere la futura pistola delle forze armate USA?
Abbiamo visto che il .38 Long Colt era considerato insufficiente per un impiego militare, occorreva trovare qualcosa di più performante.
Il colonnello di fanteria John Taliaferro Thompson ed il maggiore medico Louis Anatole LaGarde furono incaricati di effettuare una serie di prove comparative tra varie munizioni per pistola militare impiegate all’inizio del ‘900.
I tests si svolsero presso un mattatoio di Chicago, nei primi mesi del 1904.
Le prove consistevano nel prendere a pistolettate vari animali(cervi, buoi, vacche, tori) e perfino cadaveri.
Si cominciò sparando agli animali per osservare l’entità delle lesioni.
Si passò poi ad un test di letalità molto ruspante, consistente nel continuare a sparare ad un animale finchè non moriva o non incassava 10 colpi(nel qual caso veniva finito a mazzate).
Dopo questa mattanza insensata(sui tempi per sparare i 10 colpi incidevano anche gli incepppamenti delle armi, inoltre era impossibile colpire tutti gli animali esattamente nello stesso punto) si passò alla prova sui cadaveri.
Ogni corpo era tenuto sospeso con una corda e veniva usato come un macabro pendolo balistico(link a wikipedia): si misurava l’oscillazione massima conseguente al colpo di arma da fuoco ricevuto.
Anche qui occorre notare che era impossibile colpire lo stesso cadavere nello stesso punto, di conseguenza tutti i dati raccolti erano viziati dalle troppe variabili in gioco.
Raccolti questi dati, molto empirici e poco o nulla corretti, i due studiosi raccomandarono per la futura arma da fuoco un calibro non inferiore al .45. Venne incoraggiato anche, e questo era un auspicio più condivisibile, un miglioramento nell’addestramento al tiro, in particolare sui bersagli in movimento.
Bisogna considerare che le conclusioni del rapporto erano, in parte, influenzate dalle testimonianze della guerra delle Filippine.
Molti reparti avevano chiesto ed ottenuto il ritiro del revolver Colt M1892 e la sua sostituzione con il revolver M1873(la vecchia Colt .45 dei film western, tanto per intenderci).

colt-single-action-army

Un mito duro a morire

La Colt, che aveva iniziato a sperimentare una versione del modello 1900 in grado di sparare una cartuccia calibro .41(circa 10mm), iniziò a prendere in considerazione il suggerimento di Thompson e LaGarde.
Il risultato fu il modelo 1905, che impiegava la munizione .45 Auto Colt Pistol(denominata ufficialmente .45 ACP). E’ importante notare che i dati balistici tipici di questa cartaccia sono ancora oggi uguali: proiettile pesante 230 grani(15grammi) e velocità iniziale di circa 270 metri al secondo.
Un proiettile di grosso calibro, pesante e lento, può avere diversi vantaggi rispetto a concorrenti piccoli e veloci:
1) Il proiettile lento tenderà a fermarsi se raggiungerà un bersaglio di un certo spessore(es. un corpo umano) mentro quello veloce tenderà a continuare il moto, dando origine al rischio di sovrapenetrazione(con il forte pericolo di colpire le persone sbagliate).
2) Il proiettile lento, penetrando di meno ed arrestando prima la propria corsa, scaricherà prima la propria energia sul bersaglio.
3) Il proiettile di maggior diametro ha maggiori possibilità di danneggiare un grosso vaso sanguigno o colpire un organo interno.
4) Il proiettile lento che si ferma all’interno del corpo provoca una lesione più grave del proiettile veloce che fuoriesce. Nella crudele economia della guerra ferire il nemico è meglio che ucciderlo sul colpo: l’obiettivo è costringere l’avversario a mobilitare tutte le proprie risorse indebolendone le capacità belliche.
5) Le munizioni subsoniche sono l’ideale per le armi munite di soppressore di suono(volgarmente detto silenziatore). Il rumore generato da uno sparo è causato principalmente da due fattori: l’espansione dei gas che escono dalla bocca dell’arma e il rumore del proiettile che supera la velocita del suono. Eliminare il secondo fattore rende il silenziatore molto più efficiente.

I test del 1906
La selezione cominciò ponendo a confronto un mix eterogeneo di pistole.
I criteri di valutazione ricalcavano i test del 1899-1900 introducendo anche una valutazione sulla facilità/velocità dismontaggio e rimontaggio.
Le armi esaminate erano:

1) Luger

luger-45

La Luger in .45: rarità tra le rarità

Prodotta dall’azienda tedesca DWM. Vennero preparati due esemplari in calibro .45 ACP. Uno andò distrutto durante le prove, l’altra divenne la pistola con la più alta quotazione sul mercato delle armi rare ed è nota come “Milion Dollar Gun”.

2) Savage 1907

savage

Un progetto innovativo, ma non del tutto maturo

L’arma si distingueva per avere un caricatore bifilare da 10 colpi, una caratteristica insolita per l’epoca. Non descrivo nei dettagli il sistema di funzionamento perchè ci porterebbe lontano dall’argomento che sto trattando, basta dire che nemmeno il produttore aveva le idee chiare in materia. Tuttavia la pistola era in grado di funzionare in modo decente e, negli anni successivi, raggiungerà un certo successo commerciale.
3) Bergmann-Mars

bergmann

Esclusa ingiustamente?

Il costruttore tedesco Theodor Bergmann sviluppo un’arma in .45 ma le munizioni preparate per le prove vennero bloccate dalla dogana USA. Preparò allora un’arma adatta a sparare il .45 ACP e fece spedire delle cartucce tedesche che rispettavano i limiti di tolleranza previsti per il suo progetto. La dogana bloccò nuovamente le munizioni. L’arsenale di Frankford, oggetto di lamentele da parte dei concorrenti a causa della scarsa qualità della propria produzione, inviò un lotto di .45 ACP che però dimostrarono di avere l’innesco difettoso. L’arma venne scartata, lasciando molti dubbi sulla regolarità del test.
4) Webley-Fosbery

webley-fosbery

Un ibrido curioso…

Si tratta di una combinazione tra revolver e pistola semiautomatica. L’arma ha avuto una breve vita operativa durante la prima guerra mondiale ma non doveva avere impressionato molto gli addetti alla valutazione perchè venne scartata.
5) Smith & Wesson inviò un revolver in .45

 

6) White-Merrill

white-merrill

Decisamente troppo sperimentale

L’arma aveva il lato sinistro dell’impugnatura coperto da un pannello di plastica trasparente, che permetteva di contare i colpi nel caricatore. Una leva a sperone doveva consentire di caricare il primo colpo usando una mano sola. Le prove dimostrarono che nessuno aveva la forza sufficente per farcela e la pistola fu scartata.
7) Knoble

knoble

Difficile sapere se avrebbe potuto funzionare

Sviluppata da un certo W.B. Knoble di Tacoma(Stato di Washington) fu inviata in due varianti. In entrambi i casi fu valutata come realizzata in maniera troppo rozza per poter essere presa in considerazione. Va detto che l’inventore non era presente alla prova e la pistola venne affidata ad un tecnico dell’arsenale di Springfield. Non venne sparato un solo colpo.
8) Colt 1905

colt-1910-2

L’opera di un genio

Come la Colt 1900 era un progetto di John Moses Browning, uno dei più importanti ideatori di armi da fuoco della storia mondiale(non sto esagerando!). L’arma si comportò molto bene ma furono comunque suggeriti dei miglioramenti riguardanti la sicurezza.
La commissione decise che Savage e Colt 1905 erano le proposte migliori.

Le prove finali del 1911
Browning aveva lavorato al miglioramento della 1905 semplificando il progetto e supervisionando la produzione dell’arma da fare valutare, il nuovo modello 1910.

colt-1910

La 1910: ci siamo quasi!

I test cominciarono nel marzo del 1911. Ogni arma sparò 6000 colpi in due giorni, comprendendo come al solito la simulazione di arma arrugginita e sporca.
La colt non ebbe alcun malfunzionamento, la Savage ne registrò 37.
Il 29 marzo 1911 la Colt venne adottata ufficialmente dall’esercito come Model 1911.
L’adozione della marina e dei marines arrivò nel 1913.

colt-1911

Con l’aggiunta di una sicura manuale la 1910 si trasforma in 1911

Il primo impiego operativo fu nel 1916, con la spedizione del generale Pershing in Messico.
Le prime pistole prodotte avevano tolleranze troppo strette, per cui soffrirono un po’ di inceppamenti causati dalla sabbia.
Le serie prodotte successivamente si rivelarono più affidabili ed accompagnarono i GI nella prima guerra mondiale.
Era nata una leggenda.
Nelle prossime puntate illustrerò il funzionamento della 1911 e cercherò di raccontarne la storia fino ai giorni nostri.
A presto.

Le immagini sono tratte dal volume “REPORT OF BOARD ON TEST OF REVOLVERS AND AUTOMATIC PISTOLS” dell’Ordnance Department, edito da Government Printing Office, Washington 1907

Si parte

Ci sono tante ragioni per cominciare un blog.
Io ho deciso di iniziarne uno perchè, forse, può essere utile a chi lo legge.
Ho intenzione di trattare tanti argomenti diversi e, apparentemente, non troppo legati tra loro: i viaggi, le nuove tecnologie, le armi da fuoco, il tiro a segno, la lettura e tanto altro.
Sono passatempi che ho iniziato a coltivare un po’ alla volta e mi hanno portato ad accumulare dei ricordi gradevoli e delle esperienze che, senza quasi accorgermene, mi hanno arricchito molto.
Allora partiamo…